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LUCY + JORGE ORTA: QUANDO L'ARTE SI FA POLITICA
by Debora Giampani, 26-04-2008 18:30
Pubblicato in :
Arte & Conservazione
Croce avrebbe categoricamente
rifiutato di considerarla arte. Eppure questo esemplare
sodalizio artistico-politico di
Lucy
e Jorge Orta sta girando le mostre di tutto il mondo
e attivando le coscienze di tutte le nazionalità. Ed è ora allo
spazio Hangar Bicocca di Milano, dove i due artisti
presentano varie loro opere, vecchie e nuove, tra cui
Antartic Village – No Borders.
Unitisi nel 1991, Lucy,
stilista, e Jorge, architetto, hanno congiunto le loro passioni
in un impegno comune: un’attività estetica della politica. Un
obiettivo audace che
ha spesso ostacolato il loro riconoscimento in ambito artistico e
facilmente attratto giudizi categorizzanti, recludendo le loro opere in
sfere sociali. In realtà i due artisti sono riusciti ad unire nelle loro
opere un messaggio politico-sociale e una ricercatezza estetica in
maniera ottimale, e la funzionalità dovuta all’impegno umanitario è
afferrabile soltanto attraverso quell’attenzione contemplativa, che i
soli oggetti artistici riescono ad attirare. La mostra, aperta al pubblico dal 2 aprile all’8 giugno, si allarga
nello spazio Hangar Bicocca di Milano e riassume cinque anni di
lavoro degli artisti. Il visitatore potrà vedere opere come Orta
Water, un’installazione sul progetto del riciclo dell’acqua,
Nomad Hotel, un grande
camion militare riconvertito con
microstrutture abitative, Militare Red cross ambulance, ma
soprattutto la grande installazione protagonista Antartic Village –
No Borders che documenta, con l’aiuto di un video, il loro viaggio
in Antartide.
Nella primavera 2007 Lucy e Jorge Orta hanno infatti intrapreso una
spedizione in Antartide organizzata dalla Primera Biennal al Fin del
Mundo per partecipare ad un progetto di interventi artistici nella zona.
La loro creazione è stata un accampamento che ricorda quello nomade,
costituito da 25 tende costruite con materiale tradizionale e abbellite
con bandierine di tutte le nazioni del mondo, indumenti di vario genere,
e slogan quali no borders o touts les être humains ont le
droit de se déplacer librement et de circuler au-delà des frontières
vers le territoire de leur choix - emendamento 13.3 della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo stabilito dalla coppia
medesima - tradotto in diverse lingue.
Un’installazione-provocazione. Una volontà utopica tradotta in
costruzione fisica. Un tentativo zelante di contestare una società
globalizzata e individualisticamente esausta attraverso un' opera
sistemata nello spopolato gelo di un luogo ben lontano dall'ambiente
borghese della mostra con aperitivo all'inaugurazione. Il paesaggio
appare soave, ma il messaggio è forte: le tende dai mille colori
giacciono come congelate in uno scenario che si fa presto concetto,
concetto spirituale, benché non ancora umano, di una condivisione del
territorio finalmente spogliata da pregiudizi razziali e discriminazioni
etniche, di una stupenda e solidale partecipazione ad un mondo che, di
fatto, non appartiene a nessuno.
Ed
ecco che la poesia si fa dura, critica, e smette di stare passivamente
adagiata nel suo mero ruolo estetizzante per diventare un allarmante
urlo dalle frequenze impossibili da ignorare.
La regione non è scelta a caso, in quanto, nel 1959, undici paesi -
Argentina, Australia, Belgio, Cile, USA, UK, Giappone, Norvegia, Nuova
Zelanda, Sudafrica e Unione Sovietica - firmarono il
Trattato Antartico, che stabilì l’universalità di tale
territorio e lo sottrasse alle giurisdizioni nazionali, rendendolo
aperto allo scambio fra popoli e alla cooperazione internazionale
proprio in quanto detentore del 70% delle risorse idriche del mondo…
insomma,
un villaggio globale che si erge nell’unico sprazzo di terreno
ancora immune dal volgare appropriamento indebito dell’uomo, emblema di
un possibile futuro in cui la globalizzazione sarà la legittima
redistribuzione delle risorse insieme al diritto di esistere di tutti i
popoli della Terra. |
I N D I C E
I vostri commenti o le vostre critiche mi aiuteranno a
migliorare. Grazie:
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